medici

Intervista alla dr.ssa Nabila SAID,
medico chirurgo presso l’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia

Photo

Incontriamo la dr.ssa Said presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia
  1. Dottoressa perché proprio in Italia?
    Devo ammettere che la scelta dell’Italia è stata casuale. Desideravo cambiare il mio futuro, leggevo molto dell’Europa dell’emancipazione femminile della parità tra i sessi e della tecnologia. Volevo portare il mondo nel mio paese. Sono arrivata in Italia all’età 18 anni. Ho lasciato la mia città natale, Taiz, e la città dei miei studi secondari, per venire in Italia. La mia destinazione è stata, come accadeva per la maggior parte degli studenti stranieri, l’Università di Perugia per l’apprendimento della lingua. Successivamente mi sono iscritta alla facoltà di Medicina e chirurgia sempre in Perugia.
  2. Perché ha deciso di diventare medico-chirurgo?
    Inizialmente pensavo di prepararmi per essere utile nel mio paese, dove la situazione sanitaria era particolarmente difficile. Sarei dovuta diventare una ginecologa, in linea con le consuetudini delle donne medico yemenite. Dopo la laurea in medicina e chirurgia mi sono specializzata in medicina interna, e avendo urgente bisogno di guadagnare per vivere, ho accettato le prime esperienze di medico di pronto soccorso presso vari ospedali italiani, lavoro spesso poco gradito dai colleghi perché sempre a contatto con pazienti difficili e turni faticosi.
    Come spesso accade, questo è diventato il mio lavoro, che, ad oggi, svolgo presso il Pronto soccorso dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia.
  3. Qual è la sensazione che ha provato la prima volta che ha messo piede in Italia?
    Non ho avuto mai particolari problemi di inserimento. Il clima di Perugia verso gli stranieri è sempre stato favorevole. Ho imparato alla perfezione la lingua italiana e questo mi ha agevolato tantissimo. Sono diventata cittadina italiana a tutti gli effetti nell’anno 2000. Credo che se si rispettano le istituzioni e si tratta civilmente con il prossimo, sia raro il nascere di attriti e si spengono sul nascere atteggiamenti critici e desideri di sopraffazione. Ho fatto nascere mia figlia in Italia, e questo penso sia il segno evidente di come apprezzi questo paese, nonostante ciò parlo abitualmente in arabo con lei, perché la mia cultura originaria sia da lei conosciuta. le parlo del mondo arabo e delle difficoltà che si incontrano vivendo in un mondo globalizzato in cui bisogna avere una propria identità ben specifica e lei ne ha due.
  4. Come vede un’Unione di medici di origine araba in Italia?
    Sicuramente in un mondo globalizzato esiste già qualcosa del genere. Penso, quindi, che un’iniziativa di questo tipo, che condivido, debba trovare elementi caratterizzanti. Per esempio uscire dallo schema dell’associazione che affronta e risolve i problemi che gli stranieri incontrano nella vita quotidiana. Ma, piuttosto, una vera e propria Unione Medici Arabi in Italia che sia un luogo, anche virtuale, di incontro e di scambio di idee e pensieri, di formazione ed informazione per sostenere le proprie differenze in un mondo che ci vorrebbe tutti uguali.
  5. Un’ultima domanda, ha mai pensato di tornare nel suo Paese per mettere a disposizione le sue
    conoscenze acquisite in Italia?
    Certo ci penso. Credo comunque che non sia facile ristabilire completamente la propria vita nel mio paese di origine. La situazione attuale sia politica, la condizione femminile e le opportunità di lavoro sono ancora un freno affinché ciò possa avvenire. Spero di poter realizzare questo mio progetto in un futuro prossimo.
    Credo che la nascita di questa “Unione di Medici di origine Araba” in Italia sia il ponte necessario per poterlo fare.
    Mi piacerebbe costruire delle opportunità temporanee che consentano di trasferire le competenze che ho acquisito. Insomma diventare un mediatore culturale al contrario: tradurre l’esperienza acquisita in Italia nella cultura e consuetudini del mondo Arabo.